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Introduzione
È convinzione delle scuole in rete aderenti
al progetto che il concetto di ri-spetto
per l’acqua e per il suo risparmio sia susseguente
alla consapevolezza del-l’importanza che l’acqua ha
avuto, utiliz-zata “naturalmente” o comunque in ma-niera intelligente, nella
trasformazione dell’economia di un territorio e, quindi, delle relazioni
sociali, della cultura, del paesaggio, ecc.
L’acqua
ebbe una naturale importanza per lo sviluppo, in loco, della civiltà “del
ferro” e, più tardi, della leggendaria Ficocle.
La
leggenda vuole che, in epoca etrusca, l’acqua del mare, opportunamente
canalizzata, formasse le prime saline.
L’importanza
del sale implicò uno sviluppo delle saline e la costruzione ex novo della città
di Cervia.
In
epoca più recente processi di canalizzazione, sfruttando le acque del Savio,
permisero la bonificazione del territorio, lo sviluppo di una prima forma di industrializzazione dell’agricoltura e, più recentemente,
la nascita dell’industria balneare.
Oggi,
uno sfruttamento “non naturale” o, comunque eccessivo
delle acque, sta causando, nel territorio, fenomeni di subsidenza alquanto
preoccupanti.
Ogni
innovazione nella gestione delle acque ha implicato modificazioni nel
paesaggio, nell’architettura, nelle relazioni sociali, politiche e culturali.
Per questi motivi, le scuole
aderenti cercheranno di pervenire al concetto di risparmio dopo aver percorso, più o meno cronologicamente, il processo evolutivo del loro
territorio implicato da un uso intelligente delle ac-que.
La ricerca sul processo evolutivo sarà
condotta attraverso un approccio il più possibile scientifico.

Quadro pedagogico
Il
progetto è inseribile in un quadro pedagogico limitato/ liberato da tre
asserzioni, quasi assiomi, e da due storie:
Prima
asserzione (Gregory Bateson, 1979):
«La scienza talora migliora le ipotesi, talora le confuta, ma la prova è un altro paio di maniche e forse non si dà mai, se non nel
regno della tautologia completamente astratta. (…) La
previsione non può mai essere valida in modo assoluto e perciò la scienza non
può mai provare una propo-sizione
generale e neppure verificare un
singolo enunciato descrittivo e arrivare così alla verità ultima.(…) La
scienza, come metodo di percezione – perché essa non può pretendere di essere
altro che questo -, così come ogni altro metodo di percezione, ha una capacità
limitata di raccogliere i segni esteriori e visibili di ciò che può essere
verità. La scienza non prova, esplora».
Seconda asserzione (Jean-Pierre Pourtois, 1981): «Si
presentano due pro-spettive: un approccio ai progetti educativi per la scienza ed un approccio a questi pro-getti mediante la scienza. Fra queste due
prospettive regna una profonda ambiguità;
è dunque conveniente tenerle distinte e fare emergere la loro complementarità.
L’utilizzazione
sistematica delle tecniche e dei metodi scientifici al fine di esa-minare gli
elementi essenziali che costituiscono un dato procedimento ed i fattori che
influiscono sui risultati finisce con l’aumentare una conoscenza neutra,
oggettiva, un sapere scientifico e a stabilire una base alle decisioni da
prendere. Tuttavia esiste sempre una distanza tra
l’elaborazione della conoscenza ed il luogo della sua utilizzazione. Se questa
distanza non esistesse,..., dopo aver conosciuto
l’eccellente studio condotto da Avanzini e Ferrero, i maestri della scuola primaria francese
trascurerebbero d’applicare le tecniche Freinet. È come dire che a
valle e a monte della ricerca scientifica, esistono molteplici nozioni
sociologiche, culturali, economiche e politiche (R. Joly,
1977).
Perseguire
dei progetti educativi mediante le scienze significa che queste ultime sono
allora considerate alla stregua di un mezzo in vista di un altro scopo. Lo
sforzo scientifico viene subordinato, in questo caso,
ad obiettivi sociali. Si fa appello ad un sapere elaborato a distanza e lo si impiega nell’azione. Vengono
disgiunti due universi: da una parte, il mondo degli scienziati e, dall’altra,
quello dei protagonisti sociali.
È possibile conciliare questi due
universi e definire un nuovo tipo di rapporto più stretto?».
Terza
asserzione (Heinz von Foerster, 1992): Ciascun
bambino è una «macchina non-banale»,
che «ha regole che comunque
cambiano le regole che ope-rano sullo stato di quelle cose: una macchina dentro
una macchina, o una macchina di secondo ordine, per così dire».
Queste tre asserzioni indicano
esplicitamente quanto segue:
1. la funzione esplorativa della scienza;
2. la necessità di approcci scientifici per la
scienza/ mediante la scienza, ovvero di intrecci tra l’es-sere in ricerca ed il fare
ricerca;
3.
la
formazione di alunni che sono macchine di secondo ordine e che, quindi, possono
provocare fenomeni di autonoma autoregolamentazione, tanto che il rapporto
apprendimento/ insegnamen-to non può che intendersi nel modo seguente:

In sintesi possiamo affermare che il
rapporto tra i protagonisti deputati all’apprendimento ed i protagonisti
deputati all’insegnamento è un processo ricorsivo atto a mediare, tra tutti i protagonisti, percorsi didattici
direzionati. La direzionalità
è ovviamente necessaria per dare senso a ciò che si fa insieme. Ciò implica la
costruzione di un contesto in grado di dare
significato alle azioni e di promuovere motivazione; lo scopo principale consiste nell’apprendere ad apprendere.
Queste prime considerazioni indicano
gli scopi-eventi di tipo pedagogico da perseguire:
1. costruzione di un contesto educativo in grado di connettere le direzionalità dei protagonisti del percorso scolastico con
la direzionalità dell’esperienza scientifica;
2. evoluzione dell’approccio scientifico ai problemi;
3. connessione di approcci scientifici legati all’essere in ricerca e al fare ricer-ca;
4. sviluppo della motivazione all’esplorazione del
«reale»; il concetto di
«rea-le», secondo Gilles Gaston Granger/ 1990, «ha
almeno un duplice significato: il vissuto
da un soggetto, che tiene conto delle sue capacità d’illusione e di
trasfor-mazione della sua personale esperienza, e l’oggettività, che è proposta struttu-ralmente e criticamente da chi
appartiene al mondo nel quale viviamo insieme. Si tratta di due aspetti che si
sovrappongono solo parzialmente e che corrispondono a due attitudini e a due
differenti filosofie di vita.. Ora, pensare questo reale, qualun-que sia la
sua natura, e non soltanto viverlo,
significa rappresentarlo. Si tratta
di costruire un universo di simboli
necessariamente più astratti del vissuto per tra-sformarli in immagini, nel senso più generale del
termine. In maniera più precisa, distinguiamo tre modi di rappresentare:
concetto, immagine e schema».
5. rappresentazione del reale.

Prima storia: La rana lessata, di Gregory
Bateson/ 1979:
«Esiste
una leggenda quasi scientifica secondo la quale, se si riesce a tener buona e
ferma una rana in una pentola di acqua fredda e si
aumenta lentissimamente e senza sbalzi la temperatura dell'acqua, in modo che
nessun istante possa essere contrasse-gnato
come quello in cui la rana dovrebbe saltar fuori, la rana non salterà mai fuori
e finirà lessata. (...)».
Seconda storia: La rana nel pozzo, di Mao-Tse-Tung:
«Una rana nel pozzo diceva: ”Il cielo non è più grande della bocca del pozzo”. Ciò non è vero, perché il cielo non è limitato alle dimensioni della bocca del pozzo. Se avesse detto: “Una parte del cielo è grande come la bocca del pozzo”, avrebbe avuto ragione, perché ciò corrisponde alla realtà».
Queste
due storie di rane ci sollecitano ad evidenziare altri eventi-scopi d’ordine
pedagogico:
1.
l’attivazione di una attenta osservazione dei
fenomeni, con particolare atten-zione alle loro modificazioni;
2.
l’apertura all’esterno dei
gruppi di lavoro, in modo che una informazione qualsiasi non sia mai fine a se
stessa e mai dichiarata esaustiva, ma in evo-luzione per mezzo di una attenta
comunicazione fra gruppi.
Queste riflessioni ci costringono a
riflettere sull’intreccio tra contesti e apprendimenti
scientifici, sul ruolo dei formatori-ricercatori (insegnanti ed «esperti») e
sulla formazione.
Costruzione
dei contesti di ap-
prendimento
Il nostro è un pro-getto partecipato e non
esi-ste partecipazione senza coo-pro-gettazione.
Se si vogliono raggiungere risul-tati lavorando
tutti insie-me,
la progettazione ipotiz-zata per raggiungere tali ri-sultati non può che
scatu-rire da tutti.
L'educatore che tie-ne in debito conto tutte le informazioni inviate, in qualche
modo, dagli alun-ni, e non solo quelle esplicitate
formalmente, diventa un attento osservatore/ lettore delle tracce lasciate dagli alunni stessi.
Le tracce diventano l'elemento fondamentale della progettazione
di-dattica ed un elemento sostanziale del controllo. La progettazione assume la
caratteristica di proposta, che può
essere parzialmente/ totalmente rifiutata, oppure parzialmente/ globalmente
modificata in riferimento alle informazioni di
risposta, sia che esse vengano esplicitate, sia - soprattutto - che esse
ri-mangano implicite.
Coo-progettare, in sostanza, significa fare
sistematico riferimento alle tracce esplicite/ implicite degli alunni e dimostrare
grande disponibilità a modificare il pro-cesso
didattico.
Il contesto è uno strumento mediatore di grande importanza, in
stretta connessione con le altre istituzioni:

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Il contesto
è in stretta relazione con altre «istituzioni» del sistema peda-gogico-didattico
attivato.
Le
istituzioni da attivare per l’avvio e lo sviluppo del progetto sono le
seguenti:
1.
gruppi:
1.1
di sezione/ classe: sono costituiti dall'insieme dei bambini di una
sezione/ classe; hanno a disposizione, per la loro attività, gli spazi
collettivi, i laboratori, le loro aule. Possono organizzarsi in sottogruppi di
sezione/ classe, che hanno a disposizione gli stessi
spazi dei gruppi di sezione. Possono costi-tuirsi occasionalmente o per un
determinato periodo di tempo; possono essere completamente liberi o guidati.
1.2
d'intersezione/ interclasse: sono costituiti da bambini di più sezioni/
classi. Si tratta, in genere, di gruppi guidati, ad ampia circolazione interna/
esterna, che operano più volte in una settimana all'interno dei laboratori.
Essi si modificano a scadenze relativamente fisse. Ciascun alunno può uscire
dal gruppo in qualsiasi momento.
1.3
misti: sono gruppi eterogenei costituiti da alunni della scuola
dell’infanzia/ scuola primaria/ scuola secondaria di 1° grado/ scuola
secon-daria di 2° grado, a seconda delle necessità/
possibilità.
2.
insegnanti:
Sono «strumenti mediatori» di rara efficacia,
nel bene e nel male. Essi osservano/ leggono le tracce degli alunni; intessono
relazioni; insieme agli alunni, raggiungono determinati risultati; insieme progettano l'attività e la con-trollano. Dentro
all'attività, in relazione con i bambini, sono osservatori parteci-panti
dell'attività e delle relazioni.
3.
Aiuto reciproco/Tutoring.
L'aiuto reciproco permea tutta
l'attività. Il tutoring è la strategia fonda-mentale
dell’esperienza e si attiva nei seguenti modi:
·
Direttamente,
fisicamente, tramite incontri di scolaresche della scuole
in rete;
·
Tramite
corrispondenza scolastica di tipo epistolare;
·
Tramite
l’invio di materiali filmici/ multimediali prodotti dalle scolaresche delle
scuole in rete;
·
Tramite
la visione di materiali informatici web prodotti dai vari gruppi di scolaresche
partecipanti al progetto;
·
Tramite
la redazione di un giornalino scolastico cartaceo;
·
Tramite
la redazione di un giornalino di tipo web.
4.
Organizzazione degli spazi
5.
Organizzazione dei tempi
6.
Laboratori specifici:
·
Redazione
del giornalino cartaceo
·
Redazione
del giornalino web
·
Un sito
web
·
Laboratorio
di montaggio filmico.
La regia del progetto è effettuata
da gruppi diagnostico-decisionali ai seguenti livelli:
·
Di
sezione
·
Di
modulo
·
Di
classe
·
Di
istituto
·
Di
progetto in rete.
I gruppi diagnostico-decisionali diagnosticano, ossia si rendono conto della «realtà» mediante osservazioni partecipate di tipo generalizzato e/o mi-rato,
effettuate all'interno della/ delle relazione fondamentale/ relazioni
fonda-mentali (insegnante/ alunno; insegnanti/ alunni).
Il gruppo cerca di rendersi conto
della «realtà» per prendere/ controllare la direzione da assumere/ assunta, cioè per passare all'azione e/o per modici-carla.
Le osservazioni partecipate
permettono di guardare in modo specifico al «nascosto» e alle intelligenze
plurime degli alunni. In sostanza, esse permettono di imparare dagli stessi
alunni e di assumere decisioni (dare senso a ciò che si fa) relativamente pertinenti e mai
esaustive.
I gruppi diagnostico-decisionali,
per la conoscenza del «nascosto»/ della «realtà», utilizza-no tutti gli
strumenti - di tipo qualitativo o quantitativo - che reputano pertinenti.

Il ruolo dei formatori-ricercatori
Insegnanti ed e-sperti esterni, che pro-ven-gono soprattutto dagli enti partner, so-no tutti
ricercatori: gli «esperti» esterni coo-perano alla formazio-ne degli
insegnanti.
Essi cooperano tutti alla
definizione di una metodologia della ricerca.
Gisèle Maheux, Arthur
Gélinas e Ro-ger Claux sostengono che «darsi
una metodologia di ricerca significa utilizzare una strategia per attivare il
processo dell’apprendere ad ap-prendere. In questa prospettiva, la ricerca deve
favorire l’auto-nomia di chi apprende e non il suo confinamento
in un campo complicato che egli avrà difficoltà ad accettare. La ricerca ci
permette di considerare la nostra realtà all’interno di un pro-cesso che ci dà
il potere di agire su di essa. Essa è al servizio del
ricercatore che interroga la sua pratica, che vuole deli-beratamente orientarla
e ciò all’interno di un processo con-tinuo di apprendimento».
Questa
riflessione sulla ricerca porta a chiederci in che cosa possa
con-sistere il processo specifico di ricerca per un ricercatore. In risposta a questo
quesito, enunciamo un certo numero di caratteristiche che dovrebbero, tra le
altre, caratterizzare il processo stesso:
·
Il
processo attecchisce nella stessa situazione del ricercatore: esso si realizza
mediante la pratica e conduce ad un oggetto della stessa pratica.
·
Essendo
radicato nella situazione, il processo di ricerca permette di essere distaccato
dalla situazione o dall’oggetto di pratica studiato.
·
Poiché s’intreccia con l’azione, il processo di
ricerca è costantemente in a-zione: esso alimenta la pratica e la pratica lo
alimenta.
·
Il
processo di ricerca prende in considerazione le logiche presenti nella
situazione e la dinamica della loro interazione.
·
Il
processo di ricerca non finisce di fronte alla scoperta e all’adozione di
so-luzioni ideali: esso favorisce la riflessione sul cambiamento e, per ciò
stesso, l’individuazione dei cambiamenti pertinenti in una data situazione.
·
Il
processo di ricerca permette al ricercatore di apprendere partendo proprio dal suo
operare e, di conseguenza, di orientarlo meglio avendo più appigli per il suo
sviluppo, e di elaborare una teoria che tiene conto della sua espe-rienza.
A. Lèvy aggiunge:
«Il coinvolgimento comporta dunque l’esigenza per il
ricercatore (e per i pro-tagonisti) d’essere particolarmente attenti a tutto ciò
che il processo di ricerca fa emer-gere a mano a mano in loro stessi, e
d’essere così centrati sul processo di ricognizione e sulle sue metamorfosi (come si conosce, - o si
sconosce) piuttosto che sulle conoscenze in sé.
Se la scienza tradizionale è centrata
sull’amministrazione della prova, la R.-A. se ne allon-tana poiché è
imperniata soprattutto sulle condizioni del processo di emergenza o di
rimozione dei significati, e sugli effetti che essi comportano (gli effetti di cono-scenza o di idee
evocati da J. Dubost). Essa parte dal presupposto che
è inutile di-mostrare la validità di ipotesi che si
verificano all’interno di condizioni sperimentali de-finite, se esse non
permettono di scoprire elementi della realtà fino ad allora non osser-vati o
trascurati, e di modificare così i nostri modi d’apprendimento e di
comprensione dei fenomeni sociali.
Esse si fondono pure sull’idea che
le forze di rimozione e di repressione delle co-noscenze inedite siano tali che
questa scoperta non possa venir realizzata, in un
primo tempo, se non malgrado sé e a sua insaputa, mediante effetti di idee
imprevedibili, e impraticabili, piuttosto che in relazione alle situazioni e
alle relazioni concrete nelle quali essi si manifestano. (...)
Ma l’interesse di una ricerca non può ridursi ad effetti
di conoscenza o di idee che concer-nono soltanto gli
attori direttamente coinvolti.
Per venire iscritto nel processo d’accumulazione delle
conoscenze che costituisce il procedimento della scienza, una ricerca deve
lasciare tracce significative per altri oltre a coloro
che vi hanno preso parte direttamente: essa deve produrre qualcosa di
oggettivo».
Lo strumento fondamentale della
ricerca o meglio, nel nostro caso, è quello dell’osservazione partecipata, che Philippe Perrenoud sintetizza nel modo seguente:
1. Trasformare per comprendere: la ricerca-azione è una strategia per la
trasformazione del reale che obbliga ad un confronto di vari punti di vista, ad
una esplicitazione
dell’implicito, ad una modificazione almeno parziale delle pratiche e delle
descrizioni, tutte cose che facilitano l’osservazione di processi di norma
mescolati nel tran-tran quotidiano e mascherati da effetti di facciata.
Ogni percorso sperimentale è basato
sull’idea che occorra trasformare il reale per comprendere i meccanismi in gioco. In un
campo in cui il processo sperimentale classico non è prati-cabile, la
ricerca-azione costituisce, senza che necessariamente essa sia stata voluta in questo senso, una “quasi esperienza” che, in
un punto preciso del sistema d’insegnamento, tenta di modificare
l’orga-nizzazione e le pratiche. L’osservazione di un tentativo simile, del suo
insuc-cesso come della sua riuscita, mette a fuoco
meccanismi che riguardano non solo il cambiamento ma le pratiche più banali.
2. Partecipare per comprendere: la ricerca-azione istituisce fra
ricercatori e insegnanti un contratto esplicito e una collaborazione informale
che, senza generare una relazione perfettamente egualitaria, e men che meno simmetrica, permettono un accesso al reale impossibile
in altre circostanze.
L’attività scolastica e le pratiche
pedagogiche sono abilità che reputano essenziale la dimensione simbolica. Una osservazione semplicemente teologica non è priva di
interesse,..., ma essa non permette di mettere a fuoco l’essenziale, che si
gioca a livello di senso delle condotte, della rappre-sentazione delle
situa-zioni e delle possibilità d’azione. È difficile accedere
al vero senso delle con-dotte, che non è sempre comunicabile, né presentabile.
È difficile, sia che si tratti del maestro o
dell’alunno, mantenersi costantemente razionale, coerente, efficace. Ci si
trova, oggi, in una organizzazione e in una
corporazione in cui domina il culto della «signoria» e in cui si trattano le
pratiche secondo il punto di vista normativo: si tratta di insegnare bene o di
lavorare bene a scuola. Di qui le difficoltà e le reticenze a
parlare delle proprie pratiche ad un esterno, sempre vissuto come un pos-sibile
giudice. La ricerca-azione crea: a) una esperienza partecipata che facilita la
comunicazione; b) una certa reciproca
confidenza che minimizza gli effetti di facciata; c) una certa eguaglianza di fronte al rischio di
non dominare alcune situazioni. Quando si coinvolge
nell’azione, il ricercatore non resta più nella confortevole posizione
dell’osservatore, ma si trova egli stesso osservato e a sua volta giudicato.
3.
Vivere per comprendere: l’intervento del ricercatore nella pratica
permette un’auto-osservazione e un’autoanalisi che, quali che siano le loro
scappatoie e i loro rischi, rappresentano risorse
preziose per ogni sociologia compren-siva.
La formazione

La ricerca-azione deve rispondere a tre
specie di criteri (quelli della ricerca, dell'azione e della formazione) i quali,
molto spesso, sono in conflitto o in contraddizione
gli uni con gli altri. Un punto d'equilibrio è dato dal ricercare
permanentemente. A seconda che si dia la priorità o la
preferenza ad una delle tre specie di criteri, gli altri due non saranno rispettati
di meno. La guida di un processo di ricerca-azione è, a questo titolo,
una contraddizione permanente, e dipende dalla gestione dei sistemi complessi.
L'articolazione di tre poli non è
tuttavia priva di orientamento, come mostra il
seguente schema (Guy Le Boterf
, 1985),:

Lo schema significa in particolare:
·
Che il “filo conduttore”, il vettore che
orienta il processo, che gli dà una finalità, è quello dell'azione (realizzare
dei progetti, risolvere dei problemi).
·
Che la formazione è concepita essenzialmente
come un processo di “forma-zione-azione”. Ciò
significa che si considera e si tratta lo stesso processo d'a-nalisi e di
soluzione di problemi come una situazione educativa produttrice di capacità. Perchè il processo sia educativo, è necessario segnatamente
che gli attori non solo analizzino e risolvano, ma
siano capaci di arretrare, di “denominare ciò che fanno”, d'identificare il
percorso che avviano. In questo caso, il formatore esterno “accompagna” gli
attori nel loro cammino.
·
Che la ricerca sia concepita essenzialmente
come un processo di “ricerca-azione”. Ciò implica che gli stessi attori
partecipino attivamente alla ricerca tanto a livello dei suoi orientamenti,
della sua attuazione, quanto a quello della diffusione
e della discussione dei suoi risultati. Gli specialisti della ricerca, i
professionisti, collaborano con gli attori e si mettono al loro servizio, per
aiutarli a comprendere meglio i problemi o le situazioni sulle quali essi
intendono intervenire.
·
Che i problemi d'azione o i progetti degli
attori costituiscano i punti di partenza ed i perni delle attività di
formazione e di ricerca.
·
Che la
gestione delle articolazioni all'interno della ricerca, la formazione e
l'azione, quanto la scelta dei metodi e degli strumenti di intervento
sia in funzione del contesto e del momento con-siderato.
·
La
ricerca-azione partecipativa non si limita all'uso di tecniche di inchiesta. La ricerca può cer-tamente fare appello a
questionari ma anche a tecniche espressive varie (teatro, grafismo,
montaggio di esposizioni, esposizione mu-sicale,
poesia, recite autobiografiche...), formali o informali.
·
L'importante
è che gli attori sociali si riconoscano nei mezzi d'espressione, che possano
appro-priarsene.
La rappresentazione del “reale”
Come abbiamo già
visto, il concetto di «rea-le», secondo Gilles Gaston Granger:
«ha almeno un dupli-ce significato: il vissuto da un soggetto, che tiene conto
delle sue capacità d’illusione e di trasformazione della sua personale
esperienza, e l’og-gettività, che è
proposta strutturalmente e critica-mente da chi appartiene al mondo nel quale
viviamo insieme. Si tratta di due aspetti che si sovrappongono solo
parzialmente e che corrispondono a due attitudini e a due
differenti filosofie di vita.
Ora, pensare
questo reale, qualunque sia la sua natura, e non soltanto viverlo, significa rappresentarlo.
Si tratta di costruire un universo di simboli
necessaria-mente più astratti del vissuto per trasformarli in immagini, nel senso più generale del termine.
In maniera più precisa, distinguiamo tre modi di rappresentare: concetto, immagine e schema».
Vediamo, dunque, di entrare nei
modi della rappresentazione:
1. Rappresentazione
per concetti, che
implica:
·
la «mobilità» in rapporto al sensibile e all’esperienza
presente, cioè l’attitu-dine a distaccarsene, anche ad opporvisi, a trasferirsi
da un contesto empirico ad un altro;
·
la possibilità d’essere sottomessi ad un
calcolo di produttività, secondo re-gole più o meno strette; quelle della
matematica non ne sono che il prototipo più costrittivo e perfetto;
·
la delimitazione, nel simbolismo, degli
elementi «pertinenti», quelli che dan-no il senso, in opposizione ai tratti
secondari e circostanziali;
·
l’esercizio d’una funzione «metarappresentativa», cioè la capacità di servire a
descrivere altre rappresentazioni.
2. Rappresentazione
per immagini, che
·
autorizza una maggiore libertà di associazione e di
variazioni. In quanto rappresentazione, l’immagine lascia in
effetti largamente aperta la scelta di ciò che è pertinente e di ciò che
è arbitrariamente modificabile, sia per quanto riguarda il produttore
d’immagine, sia per quanto riguarda colui che ne riceve il messaggio.
·
comporta un orientamento ed una valorizzazione delle
associazioni affettive individuali. La rappresentazione immaginata può
rinforzare tale associa-zione, privilegiare una
tonalità generale. La fotografia è a questo riguardo un
esempio sorprendente dello sfruttamento di una rappresentazione imma-ginata:
essa utilizza un contenuto di rappresentazione che è improntato direttamente, e
in una certa maniera meccanicamente, al mondo reale, ma utilizzato per
suggerire una atmosfera, cancellare o evidenziare un deter-minato elemento
induttore di un sentimento. Qui è il caso di citare Pascal,
che ha riflettuto su questa specie di deviazione dell’immagine, in quanto
rappresentazione del mondo reale: «Che vanità mostra la pittura, che attira l’attenzione
me-diante la rassomiglianza delle cose di cui non è possibile ammirare gli
originali!». (Pascal, Pensées).
·
può riempire una funzione metaforica, cioè di trasposizione da un registro di sensibilità o
da un campo di sensazione ad un altro; esempio evidente della pittura che
traspone a due dimensioni il mondo percepito, o ancora tentativi spesso
rinnovati nella storia dell’arte di una evocazione ana-logica dell’universo dei
suoni da quello dei colori.
3. Rappresentazione
per schemi, che usa
materiali improntati al sensibile, ma lascia deliberata-mente ed esplicitamente
da parte una parte del contenuto di questo materiale per evidenziarne, come pertinenti,
soltanto le forme. Per esempio, un progetto architettonico, un progetto topolo-gico di
metrò, il progetto di un impianto elettrico.
A questo punto possiamo porci una domanda
fondamentale: «Perché
si deve rappresentare?».
1. Per
elargire la propria conoscenza senza preoccuparsi di un interlocutore/ di interlocutori?
2. Per
comunicare con un interlocutore/ con interlocutori e, quindi, di argo-mentare
con lui/ con loro?
La risposta assume un importante
significato operativo, e da essa dipen-de
l’impostazione della rappresentazione.
Prima
risposta: Una prima risposta privilegia la prima ipotesi:
( A à C à B ),
dove: A indica
il soggetto, la prima freccia l’azione di A
sull’oggetto C,
la seconda freccia la reazione di C e B l’effetto osservabile che informa la conoscenza
di C.
Il soggetto cerca di allargare la sua conoscenza e non si preoccupa del suo
interlocutore.
Seconda
risposta: Una seconda risposta privilegia la
seconda ipotesi:
( A à C à A’ à B ),
dove: A agisce sull’oggetto C, che provoca sull’interlocutore A’
un effetto B,
che serve da feed-back ad A. Ciò,
evidentemente, implica che A ed A’ siano in relazione.
La questione consiste nel comunicare con un interlocutore e, quindi,
d’argomentare con lui.
Per quanto ci riguarda, abbiamo
assunto questo secondo schema e possiamo ipotizzare:
ðA (un gruppo di lavoro) agisce sull’oggetto C
(informazione) provocando sull’interlo-cutore A’
(altro gruppo di lavoro) un effetto B (risposta) che funge da feedback per A (gruppo
di lavoro).
Gli strumenti, tuttavia, da soli,
possono fare ben poco; ciò che conta è l’atteggiamento con il quale ci poniamo
di fronte alle situazioni problematiche. Per definire le situazioni
problematiche, Giséle Maheux,
Arthur Gélinas e Roger Claux ci propongono un
esempio che, pur sintetizzandolo, intendiamo
utiliz-zare anche noi. In una scuola elementare di una città svizzera, diversi
anni fa, uno dei tanti gruppi di controllo (da noi, si chiamano gruppi di
valutazione) evidenziò che una scolaresca, in matematica, non raggiungeva gli
standard della scuola. I vari gruppi professionali della scuola si posero il
problema e stabilirono che il mancato raggiungimento degli standard da parte
della scola-resca «monitorata» dipendeva dal poco tempo disponibile per il
rinforzo degli stimoli. In po-che parole, quella scolaresca non aveva tempo per
esercitarsi.
Non era possibile ricavare tempo
entro il normale orario scolastico e, d’altra parte, era asso-lutamente necessario
che quella scolaresca si esercitasse maggiormente in matematica. Dal momen-to
che questa «vitale» esercitazione non era fattibile
nel normale orario scolastico, si pensò che potesse essere svolta in orario
extrascolastico. I vari «team» di progettazione confezionarono varie
esercitazioni matematiche graduate, il dirigente scolastico convocò in
assemblea i genitori degli alunni e li informò dell’iniziativa e il consiglio di amministra-zione la varò ufficialmente.
Successe un terremoto che mise in crisi
l’immagine di quella scuola e che creò conflitti a tutto campo: gli alunni, che
non intendevano consumare ulte-riore tempo extrascolastico per l’attività
scolastica, non si impegnarono per nulla e si
distaccarono sempre più dalla scuola, mettendo in crisi anche la normale
attività didattica; i genitori, impreparati a gestire l’iniziativa,
inco-minciarono a lamentarsi della scuola, ecc., ecc.
Perché
tutto questo? Per il semplice motivo che i bassi risultati raggiunti da quella
scolaresca in matematica erano soltanto la punta dell’iceberg della vera
situazione problematica che consisteva nel complessivo impianto pedago-gico-didattico di quella scuola, che
era tutto da rivedere.
Gregory Bateson ci costringe a riflettere:
«Quando
comincia ad andare male in un punto, gli effetti si sentono ovunque; quando le
patologie, per così dire, si incontrano, saltano fuori
i guai grossi e la gente muore. Se questo è il modo in cui vanno le cose, si
può dire che A ha un effetto su B. L’espressione “ha
un effetto su” rappresenta qualcosa tra A, B e cose a cui non stiamo più
pensando. A questo punto pensiamo solo a ciò che succede tra i due oggetti, ma
va considerato anche quello che avviene tra due relazioni, alle relazioni tra le relazioni. (…)
Come
scimmie, ci concentriamo su obiettivi singoli, pensando erroneamente che essere
vivi significhi questo: essere in grado di far fronte a
un singolo chiaro obiettivo. No! Essere vivi vuol dire
essere capaci di affrontare molti obiettivi contemporaneamente ed essere in
grado di gestirli in virtù di comportamenti notevolmente complessi».